CESSIONE D’AZIENDA: RESPONSABILITA’ SOLIDALE DELL’ACQUIRENTE

QUESITO: si è rivolto allo studio un imprenditore che  deve  acquistare  un’azienda manifatturiera e a tal fine intende chiedere la certificazione tributaria dell’azienda da acquistare.  L’imprenditore ci chiede se la certificazione tributaria negativa (cioè che non evidenzia pendenze) abbia in effetti il potere di liberare definitivamente l’acquirente dalla solidità nel debito qualora il Fisco notificasse dei tributi da pagare successivamente all’acquisto dell’azienda.      

RISPOSTA:  prima di rispondere al quesito è opportuno ripercorrere brevemente la disciplina della solidità nel debito tra acquirente e venditore d’azienda per capirne la ratio.

Sotto il profilo civilistico il riferimento è l’art. 2560 del Codice Civile  in base al quale l’alienante non è liberato dai debiti, inerenti all’esercizio dell’azienda ceduta, anteriori al trasferimento, se non risulta che i creditori vi hanno consentito. Nel trasferimento di un’azienda commerciale risponde dei debiti suddetti anche l’acquirente dell’azienda, se essi risultano dai libri contabili obbligatori.

Il disposto normativo citato ha la finalità di tutelare i terzi creditori che fanno affidamento sulle consistenze dell’azienda  come garanzia dei loro crediti. Infatti è evidente che se il venditore si spoglia della propria azienda in cambio di denaro, la garanzia di solvibilità del venditore viene in qualche modo ridotta. Questo perché ad esempio la sostituzione di beni aziendali con la contropartita in denaro di fatto si trasforma in una maggiore difficoltà di aggressione da parte del creditore ( il denaro è una entità molto più volatile in tal senso). Dunque il codice civile, con l’art. 2560, evidenzia una chiara volontà di tutelare  il creditore e ciò al fine di salvaguardare l’interesse generale alla circolazione delle aziende.

La disciplina fiscale, rispetto a quella civilistica, è molto più articolata in riferimento alla solidità del debito dell’acquirente l’azienda.  La norma di riferimento è l’art.  14 del Dlgs  n. 472/1997.

Il comma 1 dell’articolo in commento, fatto salvo il beneficio di preventiva escussione del cedente ed entro i limiti del valore dell’azienda, prevede la responsabilità solidale del cessionario per il pagamento delle imposte e delle sanzioni riferibili a violazioni commesse nell’anno in cui è avvenuta la cessione d’azienda e nei due anni precedenti nonché per quelle irrogate e contestate nel medesimo periodo anche se riferite a violazioni commesse in epoca anteriore.

Il comma 2, tuttavia prevede che l’obbligazione  è limitata al debito risultante, alla data del trasferimento, dagli atti dell’Amministrazione finanziaria e degli enti preposti all’accertamento dei tributi di loro competenza.

Proprio a tal fine il comma 3 dello stesso articolo specifica che gli Uffici e gli enti indicati al comma 2 sono tenuti a rilasciare, su richiesta dell’interessato, un certificato sull’esistenza di contestazioni in corso e di quelle già definite per le quali i debiti non sono stati soddisfatti. Il certificato, se negativo, ha pieno effetto liberatorio del cessionario, del pari liberato ove il certificato non sia rilasciato entro quaranta giorni dalla richiesta.

Dunque, come ribadito dal comma 3 dell’art. 14, il cessionario è liberato non solo in presenza di un certificato negativo ma anche qualora detto certificato non venga rilasciato nei termini indicati.

Merita per altro rilevare che l’Agenzia delle Entrate, nella circolare 180 del 1998, ha specificato che all’interno del certificato rilasciato devono essere inserite anche le violazioni commesse nell’anno in cui è avvenuta la cessione dell’azienda o nel biennio precedente e già oggetto di contestazione da parte dell’Ufficio o degli altri Enti competenti anche se alla data del trasferimento dell’azienda non sia ancora stato emesso l’atto di contestazione o di irrogazione delle sanzioni.

E’ parere unanime che il certificato possa essere richiesto in qualsiasi tempo, prima o dopo la data della cessione d’azienda, stante l’assenza di una disposizione specifica in tal senso.

E’ evidente tuttavia che la norma indicata  (comma 3) sia in effetti finalizzata a mettere il cessionario in grado di conoscere preventivamente le sue  eventuali responsabilità derivanti dall’acquisto dell’azienda. Proprio per questo motivo è ritenuta legittima la richiesta di certificazione tributaria effettuata  dal cessionario così detto in fieri, sempre che autorizzata per scritto dal futuro cedente.

Una domanda che frequentemente viene rivolta al consulente  dai futuri cessionari è questa: “cosa accade se l’Ufficio accerta una violazione  tra la data in cui viene rilasciata la certificazione e la data della cessione d’azienda?  In questo caso, come ovvio, il cessionario non potrà essere liberato da responsabilità  e proprio per tale motivo al rilascio della certificazione tributaria dovrebbe seguire in tempi brevi l’atto di cessione d’azienda.

A fronte di quanto esposto, e nonostante un atteggiamento dell’Ufficio troppo spesso contraddittorio[1], è evidente che, in base alla normativa esaminata e in base ai documenti di prassi dell’Agenzia delle Entrate, il cessionario che si attivi  per ottenere la certificazione tributaria da cui non risultino pendenze (ovvero nel caso di mancato ricevimento della certificazione entro i quaranta giorni previsti dalla norma), può dirsi liberato dalla responsabilità solidale.

Tuttavia, quanto detto fino ad ora, trova un limite drastico nei commi 4 e 5 dell’articolo 14. Ai sensi del comma 4, la responsabilità del cessionario non è soggetta alle  limitazioni fino ad ora esaminate quando la cessione d’azienda sia stata attuata in frode dei crediti tributari, ancorché avvenuta con trasferimento frazionato dei beni.  Il comma 5 prosegue stabilendo che la frode si presume, salvo prova contraria, quando il trasferimento sia effettuato entro sei mesi dalla contestazione di una violazione penalmente rilevante.

In caso di frode, dunque, cadono tutte le garanzie previste per il cessionario nei precedenti commi dell’art. 14.

L’ipotesi di frode è tutt’altro che remota. Classico  esempio  è quello del contribuente che cede la propria azienda al fine di sottrarsi al pagamento delle imposte, lasciando l’Ufficio senza alcuna garanzia o beni aziendali su cui soddisfarsi.  In questo caso ovviamente sarà l’Ufficio a dover dimostrare la sussistenza della frode ma cosa accade nel caso in cui la violazione penalmente rilevante  venisse rilevata entro i sei mesi dalla cessione di azienda?  In tale circostanza la frode si presume e l’onere della prova è invertito non dovendo più essere l’Ufficio a dare dimostrazione del disegno fraudolento.

Nelle ipotesi dei commi 4 e 5 il certificato negativo ottenuto dal cessionario non lo solleva dalle proprie responsabilità poiché la garanzia ad esso associata è superata dalla presenza di un disegno fraudolento del venditore.

In questa ultima ipotesi il cessionario risponderà in solido col cedente,  senza il beneficio della preventiva escussione e illimitatamente , per tutte le violazioni commesse dal cedente fino alla data del trasferimento anche se a tale data le stesse non siano state contestate (ovviamente sempre nel rispetto dei termini di decadenza dell’azione accertativa).

 

Cecina, 15 febbraio 2016

Federico Giardini

                                                                                                                                                             Dottore Commercialista

Revisore Legale

[1] Se da una parte l’ Ufficio, nelle proprie circolari,  ha preso una posizione ferma e chiara nell’affermare l’assenza di responsabilità solidale del cessionario quando i debiti erariali non siano rilevati nella certificazione rilasciata, dall’altra parte  troppo spesso accade che l’Ufficio proceda comunque a notificare al cessionario atti impositivi riferiti a violazioni commesse dal cedente in periodi antecedenti la cessione d’azienda  ed emerse successivamente alla vendita. La giurisprudenza sul punto è tuttavia favorevole al contribuente.